Autore: SOS2012

Il più antico amo da pesca

Circa sette anni fa precisamente nel 2011, gli archeologi della Australian National University, sono riusciti a dimostrare attraverso mirate scoperte, le forme più antiche di pesca mai esistite. Addirittura sin dai tempi della preistoria, i nostri antenati praticavano pesca d’alto mare, riuscendo a catturare tonni ed altre specie di grossi pesci.

Una squadra di archeologi con a capo la professoressa Sue O’Connor, ha addirittura portato alla luce, il più antico amo da pesca, rinvenuto all’interno della caverna di Jerimalai, precisamente a Timor Est.
Da questa scoperta, si è giunti alla conclusione che gli antichi pescatori (esisititi circa 20 o addirittura 30.000 anni fa), conoscevano tecniche avanzate di marineria, tanto da renderli capaci di pescare a km dalla riva.

Celebre, fu il pensiero espresso da un vecchio archeologo, il quale dichiarava di aver rinvenuto un amo da pesca costruito da una conchiglia. L’amo faceva riferimento ad un periodo distante ormai 23.000 anni, aggiungendo inoltre come i nostri antenati fossero astuti a realizzare artificiosi strumenti oltre che per la caccia, anche nella pesca. L’archeologo concluse dicendo che probabilmente furono costruiti altri tipi di ami, oltre a quello scoperto.

Considerando il fatto che alcuni uomini del Pleistocene raggiunsero l’Australia circa 50.000 anni fa, lascia ben immaginare come questi fossero colmi di conoscenze, tanto da farli pescare a grossissime profondità nel mare.
Circa 100.000 anni fa, diversi esseri umani raccoglievono crostacei e conchiglie che risiedevano sul fondo dei mari, dove l’acqua era bassa. Prima di allora, i più antichi strumenti di attrezzatura marina, facevano riferimento ad un periodo che non superava i 12.000 anni fa.
Si è anche a conoscenza che, il più antico amo mai scoperto prima (oltre a quello di Timor Est), risalga a circa 5.500 anni addietro.

Prima di questa scoperta, già nelle caverne di Blombos (in Sud Africa), furono ritrovati un numero elevatissimo di ossa di pesce. Questi facevano riferimento ad esemplari che vivevano in acque del mare non eccessivamente profonde, ma stiamo comunque parlando di circa 140-150.000 anni fa, questo fa ben capire le profonde conoscenze marine che possedavano gli uomini già a quel tempo. C’è da aggiungere però che la cattura di questi pesci, richiedeva senz’altro un livello di tecnologia, ben più facile rispetto a quello utilizzato a Timor Est.

La scoperta rivenuta a Timor Est, ha mostrato agli occhi di tutti gli esperti, quanto ingegnosi e preparati fossero gli antenati del Sud-Est Asiatico. Gente capace di catturare già a quell’epoca, esemplari di pesci difficili ancora oggi da pescare, tra tutti i tonni.
Ciò fa immaginare quanto affascinante possa esser stata questa scoperta.

Non si è mai giunti alla conclusione, come la gente di Jerimalai riuscisse a pescare alcuni pesci pelagici o quelli che vivevano ad acque basse. Diverso invece, il discorso sul tonno. Pesci del genere potevano esser catturati solo attraverso la realizzazione di grossi ami o attraverso la tecnica delle reti. In entrambi i casi, si resta ancora stupefatti nel realizzare come già a quell’epoca si fosse a conoscenza di tecniche che utilizziamo ancora noi oggi a distanza di circa 100.000 anni fa.

La professoressa, Sandra Bowler, della University of Western Australia, giudica le capacità degli uomini di Timor Est, come ben consolidate. A fargli eco, il professor Ian McNiver, che giudica questa clamorosa scoperta come “Nulla di simile al mondo”.

Molto importante da sottolineare comunque, come il livello del mare si sia alzato oggi di circa 60-70 metri rispetto a circa 40.000 anni fa. Questo fa purtroppo pensare come diversi altri centri di pesca del Pleistocene, siano andati persi, sommersi dalle profondità marine.

Tra tutti gli ami da pesca dell’antichità rinvenuti, quelli che appaiono di più difficile realizzazione restano quelli in conchiglia. Quest’ultimi restano i più simili a quelli ancora oggi utilizzati, ma lasciamo a voi pensare quanto difficili fossero da costruire, utilizzando strumenti primitivi, come ad esempio il trapano ad arco.

Fiori di Bach: la Clematis Vitalba, Ranuncolacee

Tutto sulla Clematis Vitalba pianta spontanea e commestibile

Oggi vorrei parlavi della Clematis Vitalba, una pianta molto comune e tipica del
nostro territorio.
Iniziamo subito col dire che fa parte della famiglia delle Ranuncolacee e che in
passato era molto conosciuta per le sue proprietà officinali che venivano sfruttate da
esperti farmacisti poiché in determinate dosi risulta essere tossica e vescicatoria.
Vediamo nello specifico le sue proprietà, la conformazione e come poterla utilizzare.

Come è fatta la Clematis Vitalba?

E’ un arbusto perenne con portamento rampicante, i suoi rizomi possono arrivare fino
a 12 metri di lunghezza. Per la sua rapida crescita e facile propagazione viene definita
infestante poiché soffoca la vegetazione arborea circostante. Come dicevamo, è una
pianta molto comune nel nostro territorio, la possiamo trovare fino a 1300 mt in terre
incolte, boschi di latifoglie e macchie temperate ma anche ai margini di fossati e
torrenti.
Il suo fusto legnoso è ricoperto da una leggera peluria mentre le foglie a forma
lanceolata sono un po’ dentate e irregolari.
La fioritura va da Maggio a Luglio e i suoi fiori sono a sepali petaloidi giallognoli o
bianco verdastri e sono profumati, riuniti in pannocchie.
I frutti sono acheni con coda piumosa.
Le parti commestibili della Vitalba sono i germogli detti “Vitalbini” e le piccole
foglie giovani ed il periodo migliore per la raccolta è la primavera quando la pianta
ancora non è pericolosa. Infatti è nel periodo più caldo che produce quei principi
attivi che sono maggiormente pericolosi.

Clematis Vitalba in Facade Greening: Fassadengruen

Perchè la clematis Vitalba è pericolosa?

Usiamo questo termine perché i principi attivi della Clematis Vitalba sono alcaloidi
vegetali, come la Coprotoanemonina, che è una sostanza volatile, irritante che
mediante essiccazione o bollitura si trasforma in anemonina che è una sostanza
assolutamente innocua. Presenta inoltre saponine, materie resinose, pectine,
fitosterolo.
Sempre in piccole dosi, in cucina, la Vitalba può essere utilizzata in cucina per
preparare frittate minestre e zuppe.
In passato le piccole foglie venivano utilizzate per preparare cataplasmi per la cura
della sciatica della gotte e dei reumatismi mentre le foglie essiccate venivano
utilizzate per preparare un infuso ad azione diuretica e i germogli, in infuso, come
purgante e per curare infiammazioni, depressione e amnesie.
Oggi molto raramente viene usata a scopo terapeutico poiché in dosi eccessive il
contenuto di saponine e alcaloidi la rendono una pianta irritante e caustica.
Non dimentichiamo una cosa molto importante, che nonostante la sua potenziale
tossicità rientra nella lista dei Fiori di Bach.

Impieghi di Clematis Vitalba in sopravvivenza e bushcraft

La Vitalba presenta una parte esterna legnosa e rigida ed una parte interna più
morbida e flessibile. Affinché possa diventare un materiale intrecciabile, bisogna
rimuovere la parte esterna.
Se la liana ha un anno, questa operazione si esegue facilmente facendo leva con il
dito nella parte centrale a due nodi della liana, spaccando la parte rigida e
rimuovendola e, successivamente, pulendo i nodi anche con l’aiuto di un coltello.
Se le liane sono più vecchie, è necessario bollirle per poi poterle spelare agevolmente
dalla parte esterna.
Si ottengono lunghi cordoni, da arrotolare su se stessi e mettere a seccare, in un
luogo asciutto ed areato.
Si può anche mettere a seccare la liana prima di ripulirla dalla parte esterna e
successivamente farla bollire per poi sbucciarla.

2,644 Clematis Seed Royalty-Free Photos and Stock Images | Shutterstock

Curiosità sulla Clematis Vitalba

Veniva chiamata anche “Erba dei Pezzenti” perché in passato veniva utilizzata dai
mendicanti per provocarsi ferite e lacerazioni per poter scatenare la compassione dei
passanti e poter ricevere maggiori offerte.
Oppure veniva usata come surrogato del tabacco, cosa che oggi è molto sconsigliata.

Dizionario dei termini tecnici utilizzati

Di seguito potete trovare qualche spiegazione su alcuni termini più tecnici che ho utilizzato:
SAPONINE: Le saponine sono contenute in centinaia di piante e sono
così abbondanti da raggiungere anche il 30% del peso secco della pianta.
Sono in grado di abbassare la tensione superficiale in soluzioni acquose e sono capaci
di formare soluzioni colloidali schiumeggianti, quindi si possono usare come
emulsionanti.
Possono essere molto pericolose: l’iniezione per via parenterale determina emolisi mentre l’assunzione per via orale non produce quest’effetto velenoso.
ALCALOIDI: Gli alcaloidi sono composti organici azotati da utilizzare con estrema
cautela in quanto hanno effetti sia deprimenti, sia eccitanti e, agendo direttamente sul
sistema nervoso, possono produrre effetti molto pericolosi.
CATAPLASMA: preparazione molle ottenuta da decotti di erbe o di farine di semi,
cortecce e radici che veniva applicata su una parte del corpo ed aveva effetti
cicatrizzanti, emollienti ed antinfiammatori.
SEPALI PETALOIDI: E’ una parte del fiore in cui la corolla è composta da petali
separati tra di loro.
ACHENI: Frutto secco con un solo seme, con parete coriacea (aspetto e consistenza
simile al cuoio) aderente al seme, ma non saldata a esso (per es. la castagna).

Il rovo Selvatico

Il Rovo selvatico o Rubus ulmifolius

Rubus fruticosus (Rovo), pianta da frutto della famiglia delle Rosaceae
Potrei parlare per ore di questa pianta commestibile dalle mille proprietà, per molti ancora
sconosciute, ma cercherò di limitarmi a discuterne in queste poche righe.

Classificata nella famiglia delle Rosaceae è molto diffusa in tutta Italia poiché tende a crescere molto rapidamente, infestando boschi, sentieri e tutte le zone incolte. Ama le zone soleggiate e poco l’ombra, quindi, come la Clematis Vitalba riesce a formare grandi grovigli che soffocano la vegetazione intorno. Molto difficilmente si riesce ad estirparla o tagliarla, addirittura è in grado di germogliare nuovamente e rapidamente anche dopo grandi incendi.

I suoi rami possono arrivare ad una lunghezza di 6mt e si presentano in modo diverso secondo l’età, più legnosi e ricurvi quelli dell’anno precedente, mentre quelli del nuovo anno, hanno un portamento eretto e più sottile ma entrambi muniti di robuste spine.I rami dell’anno precedente sono quelli dove ci sarà la fioritura e la fruttificazione e sono destinati a seccarsi l’anno successivo.

I fiori generalmente sono di colore bianco o rosa e sono formati da cinque petali riuniti in infiorescenze e li troviamo sulla parte alta del ramo formando strutture piramidali.
La fioritura avviene all’inizio dell’estate quando le api, attratte dal loro profumo intenso e dal nettare dolciastro, ne fanno banchetto, preparandosi per la produzione del miele.

Dopo la fioritura, tra agosto e settembre, possiamo godere delle More, frutto acidulo rosa scuro e rosso quando ancora non ha raggiunto la piena maturazione ma che, una volta pronto, ha una colorazione nero tendente al violaceo con un sapore molto più gradevole.

Le foglie sono composte da cinque foglioline con margine dentellato. Nella parte inferiore troviamo una sottile peluria di colore bianco-argenteo e piccole spine lungo il picciolo e lungo le nervature.

Ora che abbiamo visto come riconoscerla e dove trovarla, parliamo più nello specifico dei suoi principi attivi e delle molteplici proprietà tipici di questa pianta selvatica.

Le More e tutta la pianta sono un concentrato di antiossidanti, fra cui: antocianine, catechine, tannini, quercetina, acido gallico che contrastano l’azione dei radicali liberi. I tannini hanno azione antinfiammatoria e vasocostrittrice, cioè restringono i vasi sanguigni accelerando la guarigione di eventuali ferite. Ricca di Vitamina C, anch’essa un potente antiossidante che svolge funzioni importanti in processi fisiologici, fra cui la risposta immunitaria. Contiene vitamina A, coinvolta nei processi della visione, vitamina E che protegge la pelle e vitamina K, importante per la salute delle ossa e della coagulazione sanguigna.
Anche le vitamine del gruppo B sono ben rappresentate, fra cui l’acido folico (il loro consumo è consigliato in gravidanza). Ricca di fibre, sia solubili che insolubili; fra le fibre solubili troviamo la pectina, che aiuta a ridurre
i livelli di colesterolo nel sangue e coadiuva i processi digestivi, oltre che favorire l’assorbimento
del glucosio e migliorare quindi i livelli di glicemia. Le fibre insolubili invece facilitano invece il transito
intestinale e danno un senso di sazietà. Non mancano i Sali minerali con un alto contenuto di rame, minerale importante per il metabolismo delle ossa e dei globuli rossi e bianchi. Anche magnesio, calcio, ferro, zinco e manganese sono presenti. Non dimenticando poi le proprietà diuretiche, grazie al buon contenuto di potassio e di acqua (88%), conferiscono proprietà idratanti e depurative.

Come abbiamo visto in precedenza possiamo utilizzare praticamente tutte le parti della pianta: radici, foglie, frutti e germogli; vediamo come utilizzarli al meglio.

I frutti oltre ad essere consumati freschi possono essere utilizzati per fare marmellate, macedonie,
guarnizione per dolci o yogurt, gelati ma anche per la preparazioni di succhi, sciroppi, vini
aromatizzati, grappe e acquaviti.
Con i germogli possiamo fare risotti, frittate, bevanda ai germogli ma anche un decotto di rovo
aggiungendo anche le foglie. Grazie, infine, alle proprietà astringenti può essere utilizzato per fare
gargarismi per curare faringiti e mal di gola. Insomma, chi ne ha più ne metta.

Impieghi survival e bushcraft

Utilissima in natura così come in fitalimurgia, infatti dai suoi rami, possiamo estrarre della fibra vegetale, che dopo essere stata adeguatamente lavorata ci permette di ottenere un ottimo cordame resistente.
Il periodo ottimale per la raccolta è la primavera e l’inizio dell’estate quando i rami sono verdi e ancora non molto legnosi. Recidiamo il fusto il più possibile vicino alla base in modo da ricavare un pezzo più lungo possibile, puliamo il ramo togliendo tutte le spine e le foglie.Un consiglio che posso darvi è di iniziare dall’apice raschiando verso il basso, verranno via più facilmente poiché è la direzione opposta, sia delle spine che delle foglie, e mi raccomando, per fare questa operazione utilizzate dei guanti ben spessi e soprattutto il dorso del coltello e non il filo.Una volta tolto il tutto iniziamo a lavorare togliendo molto delicatamente la parte esterna della fibra per poi arrivare al cuore del fusto. Per fare questa operazione ci servirà un ciocco di legno che utilizzeremo per picchiettare su tutta la lunghezza in maniera che le fibre si dividano tra loro. Successivamente a questa operazione la parte legnosa verrà via quasi naturalmente lasciando la fibra, che poi effettivamente lavoreremo, per ottenere il cordame. A questo punto prendiamo le fibre ricavate, cerchiamo il centro, facciamo un’asola e iniziamo ad intrecciarle per qualche giro in senso orario e poi cambiamo girando in senso antiorario per tutta la lunghezza. In questo modo ricaviamo un cordino molto resistente, tra i più resistenti che possiamo produrre in ambienti outdoor.

Curiosità

Le More vengono utilizzate per la preparazione di tinture naturali per tessuti.
Raccogliendo il frutto ad inizio autunno, possiamo realizzare colori che vanno dal lavanda chiaro al blu grigio, mentre con le foglie possiamo creare tonalità dal giallo-verde al petrolio carico e grigio scuro.
Molto utilizzata anche per fare coloranti alimentari naturali. Venivano utilizzate anche in alcuni riti pagani per il culto di alcune divinità.

Poi ci sono gli usi magici.
Un cespuglio di rovi che forma un arco naturale è un grande rimedio curativo.
In una giornata di sole scuotetelo avanti e indietro per tre volte, cercando di tenere il più possibile la direzione est-ovest, scompariranno i foruncoli e i punti neri, reumatismi e tossi convulse.
Le foglie e le more sono adoperate nei riti di ricchezza, i cespugli di more sono protettivi.

La pianta era adoperata per curare le scottature, vediamo come!
Si immergevano nove foglie di rovo in acqua di sorgente e si applicavano poi con delicatezza sulle
bruciature ripetendo per ventisette volte (tre per ogni foglia) le seguenti parole magiche: “Tre donne
vennero dall’Est./Una col fuoco e due col ghiaccio./Via il fuoco, che rimanga il ghiaccio”.
Era una invocazione a Brigitte, dea celtica della poesia e della salute.

Tecniche di Sopravvivenza: il fuoco Dakota (o Dakota Fire Hole)

E se ti dicessi che potresti accendere un fuoco che solo tu potresti vedere? Ogni eventuale passante sarebbe assolutamente ignaro sia di te che del tuo fuoco.

Stiamo parlando del Dakota Fire Hole ..il fuoco “tattico” per eccellenza in grado di farti sparire ( e rimanere riscaldato) alla vista degli altri in una tipica situazione S.H.T.F. La buca per il fuoco del Dakota è un fuoco tattico che viene spesso utilizzato anche dai militari degli Stati Uniti. La fiamma produce una scarsa luminosità, fumo ridotto ed è più facile da accendere in presenza di venti forti.

Seguiremo i vari passaggi che dovrai compiere per costruire il tuo fuoco Dakota ed ovviamente impareremo quali strumenti sono necessari per raggiungere questo obiettivo.

 
Costruire il Dakota Fire Hole : il fuoco invisibile e senza fumo!

Bene! Cosa ci servirà per creare un Dakota Fire Hole?

Essendo fondamentalmente un “semplice” buco nel terreno la creazione del Fuoco Dakota non necessita di nessuno strumento. O meglio: se tu avessi una piccola pala tattica con te le operazioni di scavo sarebbero decisamente piu veloci.. ma la pala non è assolutamente necessaria: possiamo sempre utilizzare un semplice palo appuntito per aiutarci nello scavo o le stesse mani… ma in fondo..perchè dovresti volerlo fare a mani nude?

 

Tutorial Dakota Fire Hole

Step 1: Scavare le buche

(E attenzione che qui scopriamo una cosa importantissima!)

Ovviamente, il primo passo è scavare una buca profonda: i Marines Americani parlano di “due o tre piedi di profondità e di circa 1,5 piedi di larghezza” e qui incontriamo subito la prima sorpresa rispetto all’idea generale del dakota fire hole che hanno tante persone improvvisate che non hanno mai affrontato la pratica di questa tecnica.

3 piedi circa di profondità infatti corrispondono, nel nostro sistema metrico decimale, a ben 90 CENTIMETRI ! Ho personalmente visto corsisti ( ma anche persone che generalmente dovrebbero essere più preparate in materia) fare fuochi Dakota profondi meno di 50 centimetri: questo comporta l’errore di fondo che il fuoco non rimanga del tutto sotto la linea del terreno e questo vuol dire che prendendo molta piu aria di quel che dovrebbe: il fuoco brucerà molto più carburante rispetto ad un Dakota Fire fatto bene il fuoco, che dovrebbe essere una tecnica survival stealth è molto piu visibile il fuoco fa più fumo il fuoco sviluppi meno calore vi obbliga a cucinare senza l’adeguato spazio verticale che un Dakota Hole fatto bene vi darebbe

Una ottima regola da tenere presente è semplicemente che più grande sarà il fuoco che vuoi costruire, più profondo e più ampio dovrà essere il buco : personalmente direi che il dakota hole dovrebbe essere ampio tanto da poter ospitare comodamente un normale fuoco senza dover stare troppo a combattere per spezzare i rami che non entrano nel buco.

 

Step 2: come e in che direzione scavare la seconda buca

Passiamo ovviamente alla seconda buca da fare a circa 30 centimetri di distanza dalla prima.
La buca sarà più piccola a chiaramente non faremo una buca parallela e profonda quanto la prima ma essa scenderà in diagonale, fino alla base del primo buco. Lo scopo di questo tunnel è ovviamente quello di portare aria alla base del fuoco situato nel primo.
Ma in che direzione va scavato il tunnel? Attenzione a non scavare il tunnel di raccordo in una “direzione a caso” : il nostro scopo è ovviamente ottimizzare il flusso d’aria che riceve il fuoco ed è per questo che scaveremo il tunnel a favore di vento in modo che si incanali correttamente verso le braci ardenti.

E se non c’è vento?  Un buon “trucco” per sapere da dove spira il vento anche nel caso in cui
esso sia talmente leggero quasi da non sentirlo è quello di inumidirsi ila punta del dito ed esporlo all’aria: sentiremo immediatamente una parte del dito più fredda rispetto all’altra. Immaginate la punta del dito come se fosse il fuoco e la direzione in cui sentite il dito freddo come quella in cui scavare la fossa a 30 centimetri di distanza. Fatto questo avremo una via di entrata “obbligata” per l’aria dal momento che il calore e le fiamme si diffondono dal buco più grande e questo non permetterà all’ossigeno di entrare dall’alto.

Sicurezza ulteriore del fuoco Dakota: questo buco secondario del Dakota Hole ti permetterà di soffiare ossigeno nel fuoco senza correre il rischio di bruciarti la faccia soffiando nel fuoco principale.

Dakota Fire Hole

 

Step 3: Allargare il tunnel

Una volta scavato il tunnel ed aver raggiunto il fuoco principale, ti accorgerai di aver scavato un tunnel largo quanto il tuo braccio piu o meno: ovviamente ciò è del tutto normale. Da ora in poi dovrai dedicarti ad allargare, lavorando sia da un lato che dall’altro, fino a che il tunnel non sia largo almeno il doppio del tuo braccio.
Ricorda che più grande è il tunnel, più ossigeno può entrare e questo significa avere un fuoco che ha sempre ossigeno da bruciare e che quindi non si spegna facilmente!

 

Step 4: Accendere il fuoco Dakota fire hole!

Passaggio 4: ora che il tunnel è completo, è tempo di accendere il fuoco! .
Si fa ovviamente come abbiamo sempre fatto con un fuoco tradizionale. Magari una piattaforma di legno aiuterà nei primi momenti prima che il fuoco , col tempo , la renderà uno strato di braci fumanti. Ricorda di utilizzare materiali secchi morti e accendi il fuoco come se fossi normalmente in superficie.

 

E’ ovviamente possibile cucinare sul fuoco Dakota !
Ti basterà avere l’accortezza di mettere spessi rami verdi sulla parte superiore del foro primario o bloccandoli sul lato delle pareti. I materiali verdi non bruceranno in fretta ed eviteranno che le tue pentola cadano nel fuoco.

Tosse e febbre? Ci pensa il cipresso!

Un rimedio naturale contro l’influenza di stagione

Si sa, più si entra nella stagione fredda e più si incombe nel pericolo di cadere vittime di tosse, faringite, tracheite e febbre.

Merito anche del tempo che sicuramente in questo ultimo periodo ci ha abituati a sbalzi di temperatura buschi ed intemperie che non fanno altro che minare la nostra salute.

Cosa fare? Se le farmacie sono prese d’assalto fate un salto presso l’erboristeria più vicina a casa vostra dove potrete trovare un buonissimo rimedio contro i sintomi di influenza e tosse.

Il cipresso viene infatti considerato ottimo rimedio naturale balsamico, attraverso un decotto molto semplice da preparare seguendo un metodo del tutto tradizionale.

Occorrono 200 ml di acqua fredda in cui verranno versati 1 cucchiaio di raso di cipresso, foglie e rami e portare ad ebollizione. Richiede giusto 2 minuti dopodiché lasciare altri 5 minuti in infusione per poi filtrare e prima di berlo aggiungere 1 cucchiaio di miele almeno 2/3 volte al giorno.

Erbacce commestibili: 10 erbe spontanee da raccogliere e mangiare

 

In primavera e con l’estate dietro l’angolo, le belle giornate, il sole e le passeggiate si portano dietro la voglia irrefrenabile di raccogliere le profumatissime erbe ed i fiori che con i loro sfavillanti colori ricoprono prati verdi in campagne e vallate. Anche per quelli di noi un po’ meno esperti nel riconoscimento botanico è comunque una meravigliosa opportunità, basta organizzarsi con una delle tante guide tascabili, un paio di forbici ed un sacchettino di stoffa o meglio ancora un cestino per regalarsi gioia e soddisfazione che certo un po’ di insicurezza non può di sicuro impedirci di provare visto che per quella il rimedio è lì sotto i nostri occhi: delle belle immagini e delle dettagliate descrizioni!

 La raccolta di erbe spontanee commestibili poi ci permette di riappropiarci del valore della natura ricordandoci che le coltivazioni sono arrivate soltanto dopo e che una volta, tanto tempo fa i nostri avi raccoglievano quel che il territorio nel quale vivevano dava loro senza necessità di coltivare acri e acri monocoltura, evitando così di intaccare la biodiversità tanto importante per ogni specie su questo pianeta.

Proprio per questa ragione se tra le piante che descriverò si andrà ad intaccare l’esistenza della pianta stessa fornirò con piacere anche pillole di consigli su come non intaccarne invece la sua esistenza come specie sul territorio.

La raccolta di piante edibili spontanee poi ci ricorderà che una volta erano le stagioni che regolavano l’alimentazione e che bisognava essere previdenti e come delle brave formichine organizzarsi per i tempi di minore abbondanza.

Noi però pur non avendo la necessità di far scorte per l’inverno possiamo certamente ricavarne ottime erbe spontanee sia da mangiare crude in insalate che scottate leggermente a vapore o magari aggiunte a farinate, frittate o zuppe o al massimo per qualcuna si può sempre decidere di essiccarne foglie, fiori o semi.

Infine un suggerimento: se avete dubbi sul riconoscimento di una certa pianta fatele una bella fotografia e magari tagliatene una parte, conservatela e così una volta giunti a casa potrete cercarle con più criterio il nome; inoltre ricordatevi che il riconoscimento botanico non solo non è una cosa che si impara in dieci minuti ma deve essere molto accurato in quanto esistono piante molto simili ma con effetti totalmente opposti (è il caso di molte specie che hanno “sosia” tossiche) ma non preoccupatevi molto spesso capita per piante appartenenti alla stessa famiglia ma in ogni caso vale sempre la regole che se si hanno dubbi meglio non raccoglierle. Un trucchetto poi è imparare a riconoscere una certa pianta aspettando che sia fiorita, questo perché il fiore aiuta parecchio nel riconoscimento ed è per questo che è importante andare per erbe in questo periodo, più che per raccogliere tutto quello che vorremmo per imparare a riconoscerle e quindi poterle raccogliere l’anno prossimo con facilità!

Inoltre se posso suggerirvi un metodo che a me ha insegnato molto è quello della creazione di un erbario personale: io il mio primo erbario lo creai con l’aiuto di mia zia all’età di 8 anni e da quel giorno non smisi più. Ora gli erbari sono diventati 2, molto grandi e catalogati per benino ed a breve diventeranno 3. Non è solo un modo magnifico per approcciarsi alla conoscenza ma è anche molto utile quando si cresce perché si comprende che la natura non è fatta solo da quelle 10 varietà tra frutta e verdura che vengono coltivate in tutto il mondo a scopo commerciale ma che là fuori tra prati e campi c’è tutta una varietà di specie ricche e molto più adattate di quello che invece noi immaginiamo.

Esistono poi addirittura corsi di riconoscimento di erbe spontanee, perciò se la cosa vi interessa un’altro buon metodo è quello di frequentarne uno.

Le più comuni, sicure e facili da riconoscer sono sicuramente, secondo la mia esperienza, le 10 piante che mi accingo a descrivervi ma prima ricordatevi sempre che per non sbagliare dovete sempre fare riferimento al nome latino e non a quello volgare, inoltre iniziate ad imparare a riconoscerne due o tre prima di passare a riconoscere le altre:

 

1) La cicoria vera (Cichorium intybus)

1b_vera_cicoria2

E’ una pianta comunissima in pianura, fiorisce in estate e la raccolta avviene prima della fioritura; di essa si mangiano sia le foglie (crude o cotte) che i giovani germogli in insalata preparando le cosiddette “puntarelle alla romana” ovviamente per chi è vegan o vegetariano sostituendo le povere acciughine con dei deliziosi capperi salati.

vera_cicoria

Impossibile non ricordare poi che una volta con la radice di cicoria veniva preparato un ottimo sostituto del caffè.

 

2) La bardana (Arctium lappa)

3a_bardana

E’ molto comune lungo i fossati ma anche in montagna a quote basse. Fiorisce in estate, si raccoglie e si usa la radice, lo stelo fiorale, i piccioli e le foglie. Una volta raccolta la radice è buona norma spargere tutt’intorno alla zona i semi (staccandoli dalla pianta). La radice è grossa nelle piante di 2-3 anni mentre nelle piante più piccine è bene raccogliere solo le foglie e i piccioli in quanto la radice che troveremmo sarebbe davvero troppo piccina. La radice va cotta a lungo magari a vapore e quindi condita con del semplice olio evo. Lo stelo fiorale (prima della fioritura) va pulito dalle foglie e dalla parte fibrosa esterna e quindi va cotto anch’esso. Infine i piccioli possono essere cotti e fritti con della semplice pastella di farina di ceci e birra ghiacciata. Il suo sapore ricorda molto il carciofo.

 

3) La carota selvatica (Daucus carota)

9b_carota_selvatica2

E’ molto comune soprattutto in luoghi pietrosi ed spesso presente in grandi distese; fiorisce in estate. Si mangia sia la radice a fittone che le foglie, sia crude in insalata che aggiunte a zuppe o minestre. E’ bene quindi se si sceglie di raccoglierne le radici lasciare sempre qualche piantina nella zona conservandone così la sua presenza sul territorio.

 

4) Il dente di leone o tarassaco (Taraxacum officinale)

2_tarassaco

Le sue foglie amare e con alto contenuto di ferro sono commestibili e ottime. Le rosette delle foglie basali si mangiano cotte e condite con un goccio di olio evo.

 

5) L’ ortica (Urtica dioica)

Stinging Nettle (Urtica dioica) in Ontario

Forse la pianta più comune in orti e prati, a ridosso di muri ed in zone molto assolate, fiorisce in estate. Il suo sapore ricorda gli spinaci, ha un alto contenuto di vitamina C, ferro, mucillagini; va consumata cotte in insalata, o aggiunta a zuppe o minestre o anche usata per ripieni di ravioli o in farinate e frittate.

 

6) La piantaggine (di piantaggine-Plantago- ne esistono tantissime specie diverse)

4d_piantaggine_lanceolata

Diffusissima ai bordi dei sentieri, nei prati di montagna e nelle zone incolte; è ottima mangiata cotta in associazione ad altre erbe o usando le sue foglie più giovani crude raccogliendo le rosette più tenere da fare in insalata oppure in farinate o frittate. Essendo una perenne è possibile raccoglierla tutto l’anno e data la sua diffusione non c’è timore di raccoglierne in quantità tale da comprometterne la sopravvivenza.

 

7) La borragine (Borago officinalis)

Borragine | Agricola Pirola

E’ una specie annuale che vive lungo i margini delle strade di campagna e dei campi non coltivati. Si usa tutta la pianta: le foglie più tenere si raccolgono prima della fioritura e si mangiano lessate e condite, oppure crude in insalata o ancora usate in risotti, ravioli, farinate o frittate oppure le più grandi intere impanate e fritte. I fiori di borragine si raccolgono insieme ai nuovi germogli e vengono impiegati crudi per insalate miste o per decorare i piatti.

Può essere essiccata per l’inverno.

 

8) La malva (Malva sylvestris)

Malva: una pianta polivalente - Accademia dei Georgofili

La malva selvatica è molto comune, utilizzata soprattutto per le vie respiratorie e le mucose, fiorisce in primavera ed autunno; si mangiano le foglie cotte aggiunte insieme ad altre erbe in zuppe oppure i fiori e le foglie giovani crude in insalata.

 

9) Il finocchio selvatico (Foeniculum sylvestre)

Specie Info

Fiorisce in luglio e agosto, si consuma sia crudo in insalata che cotto in stufati e come verdura di accompagnamento a secondi piatti. I germogli teneri si usano nelle minestre oppure si mangiano crudi in pinzimonio. Inoltre è possibile raccogliere i semi in tarda estate per farne liquori o tisane.

 

10) La margherita pratolina (Bellis perennis)

bellis perennis

Le margheritine sono comunissime, si utilizzano le foglie più tenere, raccolte prima della fioritura, nelle insalate o nei minestroni, unite alle altre verdure. I fiori di margheritina stimolano la diuresi ed hanno un’ azione disintossicante: per potenziarne le proprietà depurative, l’ideale è miscelarli ad altre piante spontanee come tarassaco, ortica e cicoria.

Sopravvivenza: Come costruire un Igloo

Spesso, e non a torto, associamo l’idea del freddo più intenso a poche immagini stereotipate, quelle di un mondo tanto diverso dal nostro. Gli orsi polari, i pinguini, il ghiaccio perenne. E ovviamente ci vengono anche in mente gli Eschimesi, gli uomini del freddo che vivono nelle loro case di ghiaccio, i famosi igloo. Difficilmente ci capiterà mai di trovarci a vivere in una dimora del genere, che pare più un freezer. Ma costruire un vero igloo (magari con gli amici) può essere un passatempo davvero divertente quando, durante la stagione invernale, abbiamo a disposizione un paio d’ore.

Occorrono:
una pala
un contenitore quadrato in plastica
guanti da neve
un coltello

Per prima cosa abbiamo bisogno di tanta neve. anche se sembra ovvio, meglio precisare, non si sa mai. Una parte del nostro cortile ancora intonsa dopo una lunga nevicata andrà bene. Dopodiché si traccia un cerchio sulla neve tanto grande quanto lo sarà il pavimento dell’igloo. Premere con i piedi sul fondo in modo da ottenere una distesa di neve sufficientemente pressata, sulla quale poseremo i blocchi.

Quindi poseremo la prima pietra. Ma quale pietra? E’ proprio di ghiaccio. In ogni caso, con una pala e dei guanti procediamo alla raccolta della neve che verrà poi posta in un contenitore di plastica. Va bene uno per alimenti a forma di parallelepipedo. La neve deve essere compressa in modo da formare un blocco solido che useremo come mattone (creazione blocchi di ghiaccio).

Poi formeremo un filare con questi blocchi che seguirà l’andamento del cerchio  Unire i blocchi tra loro utilizzando come “cemento” della neve soffice. Perché gradualmente le pareti si restringano, tagliare il filare in modo che si formi una spirale  Continuare la costruzione passo dopo passo aggiungendo sempre più filari.

Una volta che le pareti si restringono, diminuire lo spessore dei blocchi. Chiudi poi l’igloo con una lastra di neve pressata che fungerà da chiave di volta. Fissare questo ultimo blocco con estrema delicatezza. E’ consigliato mettere la lastra dall’interno. E’ buona norma, infatti, che uno dei costruttori si ponga dentro l’igloo in modo da poter poi sistemare gli ultimi blocchi dall’interno e non dall’esterno. (Chiusura dell’igloo).

Ora, però, abbiamo murato il nostro amico nella fortezza di neve. Per evitare che diventi un ghiacciolo egli aprirà dal di dentro con un coltello una porta alla base dell’igloo. Dovrà essere larga abbastanza da far passare un uomo accovacciato. Quando sarà necessario chiudere la porta si tirerà il blocco contro la parete in modo che rimanga un piccolo spazio per l’aria. Procediamo ora alla rifinitura della struttura tappando le fessure tra i vari blocchi. Cosa ne pensi?

Se arrivi fino a questo step complimenti! Vuol dire che hai completato con successo il tuo igloo! Non preoccuparti perciò se non hai i soldi per pagare l’affitto e vorresti magari lasciare la casa dei tuoi genitori. Adesso di casa ne hai una…almeno finché non si scioglie.

 

Come costruire un Igloo

di Edoardo Bitti difficoltà: difficile letto: 97 volte

Come costruire un Igloo Spesso, e non a torto, associamo l’idea del freddo più intenso a poche immagini stereotipate, quelle di un mondo tanto diverso dal nostro. Gli orsi polari, i pinguini, il ghiaccio perenne. E ovviamente ci vengono anche in mente gli Eschimesi, gli uomini del freddo che vivono nelle loro case di ghiaccio, i famosi igloo. Difficilmente ci capiterà mai di trovarci a vivere in una dimora del genere, che pare più un freezer. Ma costruire un vero igloo (magari con gli amici) può essere un passatempo davvero divertente quando, durante la stagione invernale, abbiamo a disposizione un paio d’ore.

  1. Annunci Google
  2. Costruzione ModelliElevata qualità e un service di notevole valore parlano per noi. www.zirlguss.at
  3. Vendi Case Prefabbricate?Se realizzi case prefabbricate, ti forniamo richieste da clienti www.ClientiPerTe.com
Occorrono:
una pala un contenitore quadrato in plastica
guanti da neve un coltello

Scopri come fare:

  • 1

    Per prima cosa abbiamo bisogno di tanta neve. anche se sembra ovvio, meglio precisare,non si sa mai. Una parte del nostro cortile ancora intonsa dopo una lunga nevicata andrà bene. Dopodiché si traccia un cerchio sulla neve tanto grande quanto lo sarà il pavimento dell’igloo. Premere con i piedi sul fondo in modo da ottenere una distesa di neve sufficientemente pressata, sulla quale poseremo i blocchi.

  • 2
    Come costruire un Igloo Quindi poseremo la prima pietra. Ma quale pietra? E’ proprio di ghiaccio. In ogni caso, con una pala e dei guanti procediamo alla raccolta della neve che verrà poi posta in un contenitore di plastica. Va bene uno per alimenti a forma di parallelepipedo. La neve deve essere compressa in modo da formare un blocco solido che useremo come mattone (creazione blocchi di ghiaccio)
  • 3
    Come costruire un Igloo Poi formeremo un filare con questi blocchi che seguirà l’andamento del cerchio  Unire i blocchi tra loro utilizzando come “cemento” della neve soffice  Approfondimento Come costruire una cuccia a forma di igloo (clicca qui) Perché gradualmente le pareti si restringano, tagliare il filare in modo che si formi una spirale  Continuare la costruzione passo dopo passo aggiungendo sempre più filari.
  • 4
    Come costruire un Igloo Una volta che le pareti si restringono, diminuire lo spessore dei blocchi. Chiudi poi l’igloo con una lastra di neve pressata che fungerà da chiave di volta. Fissare questo ultimo blocco con estrema delicatezza. E’ consigliato mettere la lastra dall’interno. E’ buona norma, infatti, che uno dei costruttori si ponga dentro l’igloo in modo da poter poi sistemare gli ultimi blocchi dall’interno e non dall’esterno. (Chiusura dell’igloo)
  • 5
    Come costruire un Igloo Ora, però, abbiamo murato il nostro amico nella fortezza di neve. Per evitare che diventi un ghiacciolo egli aprirà dal di dentro con un coltello una porta alla base dell’igloo. Dovrà essere larga abbastanza da far passare un uomo accovacciato. Quando sarà necessario chiudere la porta si tirerà il blocco contro la parete in modo che rimanga un piccolo spazio per l’aria. Procediamo ora alla rifinitura della struttura tappando le fessure tra i vari blocchi.Cosa ne pensi?
    Se arrivi fino a questo step complimenti! Vuol dire che hai completato con successo il tuo igloo! Non preoccuparti perciò se non hai i soldi per pagare l’affitto e vorresti magari lasciare la casa dei tuoi genitori. Adesso di casa ne hai una…almeno finché non si scioglie.
Stampa la guida 24 Agosto 2012, 19:45

E’ periodo di raccolta !!! Tarassaco: Proprietà e Benefici

Il tarassaco è una pianta erbacea perenne diffusa un po’ ovunque e cresce fino ai 1.800 metri di altezza; il suo nome scientifico è Taraxacum officinale, ed è conosciuto anche col nome di dente di cane o dente di leone.

Il tarassaco cresce prevalentemente nei prati e si riconosce facilmente dai suoi fiori giallo intenso che lasciano presto il posto a globi soffici e piumosi chiamati soffioni. Il periodo migliore per la raccolta del tarassaco è a febbraio, oppure a settembre, prima che la pianta fiorisca, nel pieno della sua tenerezza e delle sue proprietà salutari.

Uno dei modi più consueti per consumare il tarassaco è in insalata con dell’ottimo olio extravergine di oliva, sale e aglio crudo tritato finemente.
Il tarassaco è ricco di inulina, contiene olio essenziale, tannino, flavonoidi, vitamina A e C, sali minerali, acido caffeico e cumarico, oltre a una mucillagine altamente idrofila.

Proprietà curative e benefici del Tarassaco:

Il tarassaco presenta varie proprietà farmacologiche, grazie soprattutto alle sostanze amare che caratterizzano anche il suo gusto: tarassicina e inulina. Molto note le sue proprietà diuretiche tanto da essere chiamato con nome piscialetto nella tradizione contadina.

Oltre alle sue proprietà diuretiche il tarassaco è in grado di favorire l’aumento di bile e il suo passaggio dal fegato all’intestino, ma non solo, ha anche proprietà antinfiammatorie, purificanti, e disintossicanti nei confronti del fegato. Gli effetti diuretici e l’abbondanza di potassio possono contribuire a regolare la pressione arteriosa e la quantità di fluidi corporei.

Recente è la scoperta riguardante i calcoli biliari; il tarassaco è in grado di influire, non sul calcolo già esistente, ma bensì sulla predisposizione che l’organismo ha alla formazione di calcoli.
Decotto di Tarassaco
Il decotto viene consigliato per dare maggiore incisività agli effetti diuretici del tarassaco.

Metodo di preparazione: Prendere 15 grammi di radici essiccate e farle bollire per circa cinque minuti in 200 ml. di acqua, lasciare riposare il tutto per altri cinque minuti, filtrare e bere.
Consiglio
Se decidete di dedicarvi alla raccolta del tarassaco si consiglia vivamente di farlo lontano da strade molto frequentate e centri abitati, questo per evitare la possibilità, per altro neanche molto remote, di mangiare verdura inquinata. Molto spesso i prati nelle campagne dei centri abitati vengono concimati con sostanze altamente dannose all’organismo umano. Fare attenzione.

Curiosità:

Alcuni studiosi fanno risalire l’origine della parola tarassaco a due termini greci: taraxis, che significa squilibrio e akas, che significa rimedio; già dal nome possiamo comprendere quali siano le proprietà fondamentali della pianta.
Interessanti i vari nomi con cui il tarassaco è conosciuto: dente di cane, dente di leone, piscialetto, stella gialla, capo di frate, girasole dei prati, cicoria selvatica, soffione, cicoria burda, barba del Signore e radicchiella.
Le proprietà e le virtù di questa formidabile pianta vengono scoperte solo nel XX secolo tanto che la terapia a base di tarassaco viene denominata “tarassacoterapia”

10 erbe e piante spontanee commestibili da raccogliere in inverno

Alimentarsi grazie al riconoscimento ed alla raccolta delle piante spontanee (fitoalimurgia) è possibile anche nel corso dei mesi invernali. In un passato recente la raccolta di erbe e piante spontanee commestibili da impiegare per la preparazione delle pietanze rappresentava la norma.

Si tratta di una buona abitudine che merita di essere riscoperta, dati i benefici legati al consumo di tali piante dal punto di vista della salute.

Ecco dieci erbe e piante spontanee che p possibile raccogliere durante l’inverno.

1) Mele selvatiche

Le piccole mele selvatiche rimangono ancorate ai loro rami molto a lungo, anche durante l’inverno. Possono essere raccolte ed utilizzate per la preparazione di composte, torte e dolci. Possono essere inoltre conservate sotto spirito o considerate come uno dei frutti utilizzabili per la preparazione della mostarda veneta. La loro presenza persiste sugli alberi solitamente per tutto il mese di gennaio ed oltre si potrebbe essere ancora in tempo per raccogliere mele selvatiche cadute a terra.

2) Borragine

La borragine (Borrago officinalis) è una pianta spontanea reperibile oltre che in primavera anche in inverno, soprattutto nelle zone dal clima più mite. Gli usi culinari prevedono l’impiego delle sue foglie, da consumare dopo la bollitura, come guarnizione per numerose pietanze ed al fine di insaporire zuppe e minestre. Sia i suoi fiori che le sue foglie possono essere passati in pastella e fritti.

3) Asparago selvatico

L’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) cresce spontaneamente in prati, campi ed ai bordi delle strade, con particolare riferimento alle zone di campagna. Deve essere raccolto prima che il suo gambo diventi legnoso recidendolo alla base ed evitando di strappare le radici. E’ ottimo se utilizzato per la preparazione di risotti. Trattandosi di una pianta perenne, può essere reperita anche durante l’inverno.

4) Cerfoglio selvatico

Il cerfoglio selvatico (Anthriscus sylvestris) può ricordare il prezzemolo per via della forma e del colore delle sue foglie. Si tratta però di una pianta commestibile differente, selvatica, utilizzato come rimedio erboristico diuretico e nella cosmesi naturale. Le sue foglie possono essere utilizzate crude per il condimento di funghi ed insalate.

5) Rosa canina

Si tratta di un arbusto che prende solitamente la forma di cespuglio e che risulta interessante per la presenza di bacche (falsi frutti) di colore rosso, ricche di vitamina C, che è possibile raccogliere durante l’autunno e l’inverno. Esse vengono essiccate e sbriciolate per la preparazione di rimedi erboristici, in particolare contro i dolori articolari, oppure utilizzati per la preparazione di tisane, marmellate e liquori.

6) Tarassaco

Anche se in pieno inverno può risultare difficile individuare fiori di tarassaco (Taraxacum officinale), è possibile andare alla ricerca delle loro foglie e delle loro radici, che per uso officinale vengono raccolte anche in inverno, nel mese di febbraio. Le radici vengono utilizzate nella preparazione di rimedi erboristici dall’effetto diuretico e depurativo. Le foglie possono essereutilizzate in cucina per la preparazione di frittelle, come ingrediente di zuppe e minestre o come condimento per pasta e riso.

7) Ortica

Le foglie di ortica possono essere raccolte lungo tutto il corso dell’anno munendosi di guanti per proteggere le mani. Il loro potere irritante scompare dopo la bollitura o l’essiccazione. Le foglie d’ortica possono essere impiegate in cucina per la preparazione di zuppe, minestre e risotti. Possono rappresentare anche uno degli ingredienti da utilizzare nei canederli trentini o nel ripieno di ravioli e tortelli.

8) Stellaria media

La stellaria media, conosciuta anche come centocchio comune, è una pianta spontanea dai fiori di colore bianco, diffusa in tutto il mondo e molto comune in Italia. E’ purtroppo spesso considerata una pianta infestante, motivo per cui si tende a non impiegarla in cucina, ma in regioni come la Liguria e la Toscana essa rientra nella preparazione di zuppe e minestre caserecce.

9) Macerone

Il macerone è una pianta spontanea nota anche con il nome di cornioli comune, di prezzemolo alessandrino e, scientificamente, di Smyrnium olusatrum. Le sue foglie vengono raccolte in inverno, in particolare nelle regioni che si affacciano sul mare, e vengono consumate in insalata o impiegate nella preparazione di zuppe e minestre.

10) Spinacio selvatico

Lo spinacio selvatico (Chenopodium bonus-henricus) rappresenta una specie vegetale perenne le cui foglie possono essere raccolte durante la stagione invernale. Le foglie dello spinacio selvatico possono essere utilizzate fresche e crude nella preparazione delle insalate, oppure possono essere impiegate come ingrediente durante la cottura di zuppe, minestre e risotti, oltre che nella preparazione di frittelle.

Erbe depurative: vite, bardana, carciofo e timo

Sentite il bisogno di disintossicarvi da tutte quelle tossine che circolano nel vostro organismo?
Volete dire basta ai problemi di ritenzione idrica e sentirvi finalmente depurati?

Ebbene grazie ad un vero e proprio poker di erbe potrete farlo in modo del tutto naturale ed ottenere così un corpo più sano e pulito.

Come?

Grazie alle erbe officinali come bardana, vita, timo e carciofo potrete ottenere grandi risultati e depurare finalmente il vostro corpo attraverso un metodo non aggressivo e 100% naturale. Queste 4 piante sono infatti ottime depuratrici, tra le più complete, che vanno a stimolare il nostro organismo ad espellere quelle che sono le sostanze tossiche presenti nel nostro corpo. In particolare vediamo su quali fronti agiscono singolarmente:

– bardana: stimola il fegato con un’ azione depurativa e diuretica ottimo rimedio contro l’acne

– vite: le foglie si rivelano un’ utile astringente per combattere i disturbi della circolazione nel sangue ma anche contro emorroidi, ciclo mestruale abbondante e vene varicose. I suoi decotti inoltre si rivelano ottimi emollienti per combattere tosse e le irritazioni alla gola

– timo: va a tonificare l’organismo è un’ ottimo disinfettante per l’apparato respiratorio e l’intestino ed utilissimo rimedio contro l’alito cattivo

– carciofo: vengono usate solo alcune parti, va a stimolare la diuresi, ottimo contro il colesterolo e per disintossicare il fegato

Scroll to top